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John Skid

La Prigione del pensiero


 

War, said Clausewitz, is the continuation of politics by other means. The Times reported this week on a distinctive political strategy adopted by Italy in the war in Afghanistan. Italian intelligence officers have paid money, amounting to tens of thousands of dollars, to the Taleban in protection money. Under the arrangement, neither side would attack the other.

When the Italians were replaced by French troops in the Sarobi district of Afghanistan last year, the newcomers believed the region to carry only a low risk, as there had been only one Italian fatality in the previous year. But the Italians neglected to mention the payments. Within a month of their arrival, ten French soldiers were killed and 21 were wounded in a Taleban attack.

The Italian Government has furiously denied our report, including our statement that the US Ambassador submitted a formal complaint about Italian payments to local insurgents in Herat province. Opposition politicians in France are demanding explanations, and ought to receive them. We unreservedly stand by our account. Since its publication, a Taleban commander and two senior Afghan officials have confirmed that this strategy has been practised by Italian forces in this and other regions of Afghanistan.

The Italian strategy is a scandal. It is important to be clear how and why. Clausewitz’s famous dictum is often misinterpreted. The politics that the great military thinker referred to included not only the chosen goals of the State but also the external conditions within which they were pursued. And adjusting the goals to fit the constraints is part of any military strategy that has a prospect of success.

The fortunes of the US-led coalition in Iraq were transformed by the appointment in late 2006 of a new military command that had thought deeply about the requirements of successful counterinsurgency. The new strategy recognised that political gains could not be made till security was established in Baghdad and the surrounding areas. With a surge in Allied troop levels, coalition commanders deliberately sought those local elements of the insurgency that were biddable, and bid for them. The strategy was to fracture a highly heterogeneous set of forces, leaving the remnants of irreconcilable Islamist and Baathist fanaticism.

It was a calculated risk. It worked. Al-Qaeda sustained serious damage and lost important sanctuaries in Baghdad and Anbar provinces. Instead of flooding into the country, foreign jihadists turned and fled. That is the outcome that Afghanistan needs, for the welfare of its people and for Western security. It is reasonable, and conceivably even far-sighted, for coalition forces to use economic inducements to scatter the Islamist enemy. That approach would be wholly consistent in principle with the observation of General Stanley McChrystal, the Nato commander, that the coalition must operate in ways that minimise casualties and damage.

But it is unconscionable and dangerous for a nation within the coalition to pursue a unilateral strategy without consulting their allies. The campaign against the insurgents is a collective operation, conducted through Nato, designed to provide collective security. There is a role for local deals. However unprincipled they may appear to the purist, they are far preferable to the tortuous drip of military strikes that inadvertently kill and maim civilians, and cost the counterinsurgency public support.

Deals that are negotiated locally cannot be deals that are negotiated separately, however. That is the route to Allied discord, disarray and unnecessary death. That is the charge against Italy’s strategy in Afghanistan. Silvio Berlusconi’s Government must answer it.

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Guerra e Droga

Il buisness di Stato il contrasto alla droga o coperture allo spaccio?

In qualsiasi bar, osteria, comitiva, compagnia di amici, se parli di guerra, la cosa che ti senti dire maggiormente è che dietro la guerra, c'è sempre un motivo economico, "Il petrolio, risorse minerarie, vendita di armi e cosi via"

Ma quel'è il vero rapporto tra Guerra e Droga?

Prendiamo quella dell'Iraq, molti si sono convinti che dietro c'è il controllo del petrolio, risorse energetiche che nelle mani di pazzi dittatori potrebbero stravolgere gli equilibri mondiali, fin qui nulla da eccepire, figuriamoci se Saddam Hussein, possedeva il pieno controllo dei pozzi che oggi sono nelle mani di aziende Americane ed Europee, colossi del mercato che vengono scalzati dal loro potere di gestione, non scherziamo, qui è in gioco l'occidentalità dei popoli cristiani, la sottomissione economica e sociale nei confronti di pazzi dittatori come Almajinead, che governano paesi come l'Iran che sottomette in nome del Corano, donne e uomini privando loro libertà la quale per un occidentale Democratico sono inalienabili.

Ma se ci addentriamo nella gestione per il mantenimento di pur elevata ragionevolezza, ecco che ne scopriamo delle belle e se a pensar male si fa peccato, come dice Andreotti, molte volte ci si azzecca.

I Talebani sono gli insorti che contrastano un governo legittimato da elezioni, usano strumenti di contrasto che fanno accapponare la pelle, con attentati compiuti da Kamikaze, indottrinati dal Corano, seminando morte e terrore, mentre dall'altro lato c'è un governo legittimato che non ha strumenti idonei per contrastare in modo adeguato gli insorti, quindi ha bisogno di aiuto, nel caso specifico paesi come l'America che ha deciso con l'ausilio dei paesi Europei, il suo contrasto ai Talebani in nome della Democrazia e per quell'equilibrio mondiale di cui poc'anzi scrivevo, quindi procedono non solo all'invio d truppe militari per il contrasto e per il controllo del territorio sul piano della sicurezza e aiuti umanitari per il popolo cui subisce passivamente la guerriglia di entrambi gli schieramenti, naturalmente si insediano anche le aziende per lo sfruttamento delle risorse petrolifere e per altre risorse minerarie, ma queste aziende sono bisognose di protezione, quindi ecco comparire i cosi detti "Contrattor" corpi di sicurezza privata che non sono soggetti al controllo di leggi e doveri dei militari in carico con funzioni regolamentati da leggi sanciti dai vari governi Democratici.  Ecco i  primi dati oggettivi di una economia parallela a seguito di una guerra.

Ma facciamo un passo indietro, poco tempo fa, era uscito un bellissimo film, lo stesso tratta la vera storia di Frank Lucas (Denzel Washington) una storia di droga e guerra, dove la crescita di potere di Franck Lucas, era dovuta allo spaccio di droga reperita durante la guerra del Vietnam, con espliciti collegamenti a coperture di Stato, la struttura militare dava aiuti e coperture  a questo traffico illecito.

ora vorrei che qualcuno mi spiegasse perché la stessa cosa non dovrebbe accadere oggi, dove attraverso questa guerra in Afghanistan, vi sono piantagioni di oppio che aumentano continuamente, con l'aumento contestuale di consumo, proprio da quando i nostri militari e quelli coinvolti, fanno parte del quadro di un preciso progetto di occupazione e di contrasto alle forze insorte dei Telebani. note di quello che non vogliono dirci

Vi sono dati inoppugnabili, che mettono in rilievo la correlazione tra guerra in Afghanistan e crescita esponenziale di coltivazione, produzione e spaccio  di Droga, forse sarà solo una coincidenza, forse è il solito complottismo di menti malate come afferma Piero Angela dal suo Cicap, ma questi dati sono reperibili proprio dal sito della polizia di Stato, questi dati evidenziano appunto quella crescita di cui sopra scritto, naturalmente la correlazione fra le due cose, cioè tra Guerra e Droga, potrete farvela da voi stessi, vi renderete conto che tutto è possibile e alla luce di questi ultimi scandali possibili, tirati fuori dal Times sul presunto pagamento di una sorta di Tangenti ai Talebani (sempre stando a quello che dice il Tmes ripreso dall'Ansa), allora la cosa potrebbe inquietare un pochino. Se è vero che paesi possano mai pagare i Talebani per non creare più di tanto scompiglio nella gestione della sicurezza nel territorio in cui i nostri stanno svolgendo attività umanitarie e di controllo del territorio, la domanda seguente è, questi possibili pagamenti non dovrebbero mai risultare nei bilanci dello stato, quindi dovrebbero appartenere a fondi neri, ma questi fondi neri da qualche parte dovrebbero pur uscire, perché non potrebbero uscire dal narco traffico? cioè da possibili coperture statali o parastali, da deviazioni ad alto livello per costituire fondi neri  per essere messi a disposizione per intrallazzi di Stato?

badate bene che non sto accusando nessuno, ma mi pongo delle semplici domande a chi potrebbe forse dare risposte.

Sotto ho inserito uno stralcio tratto dalla Relazione Annuale 2008 della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga dove i dati sono di fonte pubblica e ufficiali.

 

Tenendo conto che:

A partire dal maggio 1996, Osama bin Laden e altri membri di al-Qāʿida si sono stabiliti in Afghanistan e hanno stretto un'alleanza con il regime talebano del paese, all'interno del quale sono stati creati diversi campi di addestramento terroristici. In seguito agli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa del 1998, gli USA lanciarono da alcuni sottomarini un attacco missilistico diretto a questi campi di addestramento. Gli effetti di tale rappresaglia furono limitati.

Nel 1999 e nel 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò due risoluzioni che stabilivano sanzioni economiche e di armamenti all'Afghanistan per incoraggiare i Talebani a chiudere i campi di addestramento e a consegnare bin Laden alle autorità internazionali per rispondere degli attentati del 1998.

L'11 settembre

questa data sappiamo bene tutti cosa ha rappresentato per la popolazione mondiale, ma val la pena ricordarlo tratto da Wikypedia

Per quanto attiene l’eroina, cristallizzando la situazione al 2007 , si è registrato un incremento delle aree di
produzione pari al 17%, determinato dall’ampliamento delle coltivazioni in Afghanistan e Myanmar che, insieme, rappresentano il 94% delle colture mondiali di papavero da oppio. Se per il primo l’incremento era in un certo senso atteso, continuando il trend ascendente degli ultimi anni, per il Myanmar rappresenta un’inversione di tendenza rispetto alle stime precedenti e, come tale, preoccupante. L’incremento delle coltivazioni ha comportato una crescita della produzione di oppio, stimata in 8.870 tonnellate, la più alta negli ultimi 20 anni. Tale aumento dell’offerta ha determinato un sensibile calo dei prezzi nel Paese centro-asiatico, scesi da 140$ a 111$ per un kg. di oppio secco (-21%). Il sequestro di numerosi laboratori per la lavorazione dell’oppio in Afghanistan e la contestuale sparizione degli stessi dai Paesi lungo le rotte di contrabbando dimostrano che i procedimenti di raffinazione avvengono in loco, implicando il contrabbando di ingenti quantitativi di anidride acetica, precursore necessario per la lavorazione dell’oppio, laddove gli intercetti di tale sostanza sono, al contrario, rari. Sul versante del contrasto, i sequestri di oppiacei hanno subito un incremento del 14%, raggiungendo le 142 tonnellate . Il 69% di queste è stata
sequestrata in Asia Centrale, identificabile con l’Afghanistan e Paesi limitrofi. Lo spostamento delle coltivazioni nelle province meridionali del maggior Paese produttore, ha determinato una preferenza della rotta balcanica da parte dei narcotrafficanti che raggiungono così, con minor rischio e dispendio di mezzi, il mercato più vantaggioso, costituito dal Vecchio Continente. I motivi di preoccupazione che tale incremento di produzione suscita, sono legati al timore che il minor prezzo, determinato dall’eccesso di offerta, possa contribuire ad un ampliamento del mercato. Al momento la temuta invasione non si è verificata, lasciando presupporre strategie di marketing che, attraverso lo stoccaggio di ingenti quantitativi, tendono a mantenere stabili le tariffe al dettaglio. L’osservatorio europeo delle Droghe e delle Dipendenze segnala che gli indicatori del consumo di oppiacei in Europa non sono più in diminuzione ma, dal 2003, sono tornati, seppur lentamente, a crescere. Più complicato fornire un quadro analitico completo e dettagliato per quanto riguarda la cannabis10 e questo per una serie di ragioni, non ultima la diversa considerazione che, le legislazioni nazionali, hanno nei riguardi di tale specifico stupefacente. In primo luogo, si deve tener conto che, anche grazie ai nuovi sistemi di coltivazione idroponica, la produzione, segnalata in 127 Paesi, è notevolmente parcellizzata, non rendendo possibile la formulazione di stime attendibili. Parlando di aree di produzione, va segnalato il notevole incremento delle colture in Afghanistan dove, l’attenzione
concentrata sull’oppio, rischia di sottovalutare il pericolo costituito dalla sempre maggiore conversione delle
piantagioni di oppio in quelle di cannabis, scelta dovuta al minor controllo delle Autorità, ai minori costi e
soprattutto alla diminuzione del prezzo dell’oppio secco. Le ultime stime valutano la produzione di cannabis in 41.000 tonnellate, in leggero decremento rispetto agli ultimi anni, ma in crescita, se si prende in considerazione, l’ultimo ventennio. Ben si comprende come tale sostanza domini il mercato delle droghe per diffusione delle coltivazioni, volume di produzione e numero di consumatori. Per questi ultimi è invece interessante notare come si assista, recentemente, al calo della domanda di stupefacente soprattutto nei Paesi occidentali. Ciò è dovuto all’incremento di THC ottenuto dai produttori nei processi di coltivazione; questo ha allontanato l’assuntore abituale preoccupato dalla maggior dannosità, facendolo optare per una produzione in proprio, limitata al consumo personale. Concentrando l’attenzione sull’hashish, la cui produzione mondiale è stimata in 6.000 tonnellate, si è assistito ad un calo delle coltivazioni in Marocco, produttore principale storicamente riconosciuto, cui ha fatto seguito una contrazione dei sequestri operati in Europa, principale mercato di destinazione. Comparando i dati dei sequestri, delle principali sostanze nei diversi gradi di purezza, emerge però che solo il 17% della produzione viene intercettata, contro il 22% degli oppiacei ed il 42% della cocaina, ulteriore testimonianza della diversa attenzione ed importanza che, i singoli Stati, prestano a tale tipo di stupefacente. Con riferimento alle droghe sintetiche, la generale stabilità del mercato registrata negli ultimi tempi può essere ricondotta agli effetti che i programmi di controllo dei precursori stanno iniziando ad avere. Riuscire a procurarsi le sostanze chimiche necessarie alla produzione è molto più difficile oggi di quanto non lo fosse alla fine degli anni ’90. Va inoltre dato merito anche alla maggiore informazione ed ai programmi di prevenzione che in più parti, nel mondo, mettono
in guardia sull’estrema pericolosità delle sostanze stupefacenti sintetiche. La produzione di metamfetamine continua ad essere concentrata in America settentrionale, Stati Uniti e Messico e nel Sud-Est asiatico: Cina, Filippine e Myanmar. L’Europa mantiene la sua leadership nella produzione di ecstasy, localizzata tra Olanda e Belgio da un lato e Polonia e Paesi baltici dall’altro. I consumatori di droghe sintetiche si stima siano circa 25 milioni, molti più di quelli di cocaina (14 milioni) ed eroina (11 milioni). L’assenza di un collegamento tra sostanze ed una determinata zona geografica, come invece accade per
gli altri stupefacenti con le aree di coltivazione, rende difficile le stime della produzione. Gli stessi sequestri non possono essere assunti ad indicatore certo riferendosi indifferentemente al prodotto finito (pasticche), oppure a quantitativi di precursori. Alcuni dati possono essere comunque sintomatici della portata del fenomeno. Gli ultimi dati riportano il sequestro di 30 tonnellate di efedrina e 7 quintali di pseudoefedrina, sufficienti per Hashish

 
 
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Francesco Dragotta
cell. 3332402564

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