|

The Italian Job
Silvio Berlusconi’s Government
must explain payments made to insurgents in
Afghanistan. There is a case for local deals,
but none for unilateralism
War, said Clausewitz, is the continuation
of politics by other means. The Times
reported this week on a distinctive
political strategy adopted by Italy in the
war in Afghanistan. Italian intelligence
officers have paid money, amounting to tens
of thousands of dollars, to the Taleban in
protection money. Under the arrangement,
neither side would attack the other.
When the Italians were replaced by French
troops in the Sarobi district of Afghanistan
last year, the newcomers believed the region
to carry only a low risk, as there had been
only one Italian fatality in the previous
year. But the Italians neglected to mention
the payments. Within a month of their
arrival, ten French soldiers were killed and
21 were wounded in a Taleban attack.
The Italian Government has furiously
denied our report, including our statement
that the US Ambassador submitted a formal
complaint about Italian payments to local
insurgents in Herat province. Opposition
politicians in France are demanding
explanations, and ought to receive them. We
unreservedly stand by our account. Since its
publication, a Taleban commander and two
senior Afghan officials have confirmed that
this strategy has been practised by Italian
forces in this and other regions of
Afghanistan.
The Italian strategy is a scandal. It is
important to be clear how and why.
Clausewitz’s famous dictum is often
misinterpreted. The politics that the great
military thinker referred to included not
only the chosen goals of the State but also
the external conditions within which they
were pursued. And adjusting the goals to fit
the constraints is part of any military
strategy that has a prospect of success.
The fortunes of the US-led coalition in
Iraq were transformed by the appointment in
late 2006 of a new military command that had
thought deeply about the requirements of
successful counterinsurgency. The new
strategy recognised that political gains
could not be made till security was
established in Baghdad and the surrounding
areas. With a surge in Allied troop levels,
coalition commanders deliberately sought
those local elements of the insurgency that
were biddable, and bid for them. The
strategy was to fracture a highly
heterogeneous set of forces, leaving the
remnants of irreconcilable Islamist and
Baathist fanaticism.
It was a calculated risk. It worked.
Al-Qaeda sustained serious damage and lost
important sanctuaries in Baghdad and Anbar
provinces. Instead of flooding into the
country, foreign jihadists turned and fled.
That is the outcome that Afghanistan needs,
for the welfare of its people and for
Western security. It is reasonable, and
conceivably even far-sighted, for coalition
forces to use economic inducements to
scatter the Islamist enemy. That approach
would be wholly consistent in principle with
the observation of General Stanley
McChrystal, the Nato commander, that the
coalition must operate in ways that minimise
casualties and damage.
But it is unconscionable and dangerous
for a nation within the coalition to pursue
a unilateral strategy without consulting
their allies. The campaign against the
insurgents is a collective operation,
conducted through Nato, designed to provide
collective security. There is a role for
local deals. However unprincipled they may
appear to the purist, they are far
preferable to the tortuous drip of military
strikes that inadvertently kill and maim
civilians, and cost the counterinsurgency
public support.
Deals that are negotiated locally cannot
be deals that are negotiated separately,
however. That is the route to Allied discord,
disarray and unnecessary death. That is the
charge against Italy’s strategy in
Afghanistan. Silvio Berlusconi’s Government
must answer it.
 |
Home chi
sono
Genesi
Carcerieri
Aiutaci
Lettera
aperta
infedeli
Droga
CV
La Padania
|
Guerra e Droga
Il
buisness
di Stato il contrasto alla droga o coperture allo spaccio?
In qualsiasi bar, osteria, comitiva,
compagnia di amici, se parli di guerra, la cosa che ti senti dire maggiormente è
che dietro la guerra, c'è sempre un motivo economico, "Il petrolio, risorse
minerarie, vendita di armi e cosi via"
Ma quel'è il vero rapporto tra
Guerra e Droga?
Prendiamo quella dell'Iraq, molti si
sono convinti che dietro c'è il controllo del petrolio, risorse energetiche che
nelle mani di pazzi dittatori potrebbero stravolgere gli equilibri mondiali, fin
qui nulla da eccepire, figuriamoci se Saddam Hussein, possedeva il pieno
controllo dei pozzi che oggi sono nelle mani di aziende Americane ed Europee,
colossi del mercato che vengono scalzati dal loro potere di gestione, non
scherziamo, qui è in gioco l'occidentalità dei popoli cristiani, la
sottomissione economica e sociale nei confronti di pazzi dittatori come
Almajinead, che
governano paesi come l'Iran che sottomette in nome del Corano, donne e uomini
privando loro libertà la quale per un occidentale Democratico sono inalienabili.
Ma se ci addentriamo nella gestione per il
mantenimento di pur elevata ragionevolezza, ecco che ne scopriamo delle belle e
se a pensar male si fa peccato, come dice Andreotti, molte volte ci si azzecca.
I Talebani sono gli insorti che contrastano un
governo legittimato da elezioni, usano strumenti di contrasto che fanno
accapponare la pelle, con attentati compiuti da Kamikaze, indottrinati dal
Corano, seminando morte e terrore, mentre dall'altro lato c'è un governo
legittimato che non ha strumenti idonei per contrastare in modo adeguato gli
insorti, quindi ha bisogno di aiuto, nel caso specifico paesi come l'America che
ha deciso con l'ausilio dei paesi Europei, il suo contrasto ai Talebani in nome
della Democrazia e per quell'equilibrio mondiale di cui poc'anzi scrivevo,
quindi procedono non solo all'invio d truppe militari per il contrasto e per il
controllo del territorio sul piano della sicurezza e aiuti umanitari per il
popolo cui subisce passivamente la guerriglia di entrambi gli schieramenti,
naturalmente si insediano anche le aziende per lo sfruttamento delle risorse
petrolifere e per altre risorse minerarie, ma queste aziende sono bisognose di
protezione, quindi ecco comparire i cosi detti "Contrattor" corpi di sicurezza
privata che non sono soggetti al controllo di leggi e doveri dei militari in
carico con funzioni regolamentati da leggi sanciti dai vari governi Democratici.
Ecco i primi dati oggettivi di una economia parallela a seguito di una
guerra.
Ma facciamo un passo indietro, poco tempo fa, era
uscito un bellissimo film, lo stesso tratta la vera storia di
Frank
Lucas (Denzel
Washington) una storia di droga e guerra, dove la crescita di potere di
Franck Lucas, era dovuta allo spaccio di droga reperita durante la guerra del
Vietnam, con espliciti collegamenti a coperture di Stato, la struttura militare
dava aiuti e coperture a questo traffico illecito.
ora vorrei che qualcuno mi spiegasse perché la stessa cosa
non dovrebbe accadere oggi, dove attraverso questa guerra in Afghanistan, vi
sono piantagioni di oppio che aumentano continuamente, con l'aumento contestuale
di consumo, proprio da quando i
nostri militari e quelli coinvolti, fanno parte del quadro di un preciso
progetto di occupazione e di contrasto alle forze insorte dei Telebani.
note di quello che non vogliono dirci
Vi sono dati inoppugnabili, che mettono in rilievo la
correlazione tra guerra in Afghanistan e crescita esponenziale di coltivazione,
produzione e spaccio di Droga, forse sarà solo una coincidenza, forse è il
solito complottismo di menti malate come afferma Piero Angela dal suo Cicap, ma
questi dati sono reperibili proprio dal sito della
polizia di Stato, questi dati evidenziano appunto quella crescita di cui
sopra scritto, naturalmente la correlazione fra le due cose, cioè tra Guerra e
Droga, potrete farvela da voi stessi, vi renderete conto che tutto è possibile e
alla luce di questi ultimi scandali possibili, tirati fuori dal
Times sul presunto pagamento di una sorta di Tangenti ai Talebani (sempre
stando a quello che dice il Tmes ripreso dall'Ansa),
allora la cosa potrebbe inquietare un pochino. Se è vero che paesi possano mai
pagare i Talebani per non creare più di tanto scompiglio nella gestione della
sicurezza nel territorio in cui i nostri stanno svolgendo attività umanitarie e
di controllo del territorio, la domanda seguente è, questi possibili pagamenti
non dovrebbero mai risultare nei bilanci dello stato, quindi dovrebbero
appartenere a fondi neri, ma questi fondi neri da qualche parte dovrebbero pur
uscire, perché non potrebbero uscire dal narco traffico? cioè da possibili
coperture statali o parastali, da deviazioni ad alto livello per costituire
fondi neri per essere messi a disposizione per intrallazzi di Stato?
badate bene che non sto accusando nessuno, ma mi pongo
delle semplici domande a chi potrebbe forse dare risposte.
Sotto ho inserito uno stralcio tratto dalla
Relazione Annuale 2008 della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga dove
i dati sono di fonte pubblica e ufficiali.
Tenendo conto che:
A partire dal
maggio
1996,
Osama bin Laden e altri membri di al-Qāʿida si sono
stabiliti in Afghanistan e hanno stretto un'alleanza con il
regime talebano del paese, all'interno del quale sono stati
creati diversi campi di addestramento terroristici. In seguito
agli attentati alle ambasciate statunitensi in
Africa del
1998,
gli
USA lanciarono da alcuni
sottomarini un attacco missilistico diretto a questi campi
di addestramento. Gli effetti di tale rappresaglia furono
limitati. Nel
1999
e nel
2000 il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò due
risoluzioni che stabilivano sanzioni economiche e di armamenti
all'Afghanistan per incoraggiare i Talebani a chiudere i campi
di addestramento e a consegnare bin Laden alle autorità
internazionali per rispondere degli attentati del
1998.
L'11
settembre
questa data sappiamo bene tutti cosa ha rappresentato per
la popolazione mondiale, ma val la pena ricordarlo tratto da
Wikypedia |
|
Per quanto attiene l’eroina, cristallizzando la situazione al
2007 , si è registrato un incremento delle aree di
produzione pari al 17%, determinato dall’ampliamento delle coltivazioni in
Afghanistan e Myanmar che, insieme, rappresentano il 94% delle colture mondiali
di papavero da oppio. Se per il primo l’incremento era in un certo senso atteso,
continuando il trend ascendente degli ultimi anni, per il Myanmar rappresenta
un’inversione di tendenza rispetto alle stime precedenti e, come tale,
preoccupante. L’incremento delle coltivazioni ha comportato una crescita della
produzione di oppio, stimata in 8.870 tonnellate, la più alta negli ultimi 20
anni. Tale aumento dell’offerta ha determinato un sensibile calo dei prezzi nel
Paese centro-asiatico, scesi da 140$ a 111$ per un kg. di oppio secco (-21%). Il
sequestro di numerosi laboratori per la lavorazione dell’oppio in Afghanistan e
la contestuale sparizione degli stessi dai Paesi lungo le rotte di contrabbando
dimostrano che i procedimenti di raffinazione avvengono in loco, implicando il
contrabbando di ingenti quantitativi di anidride acetica, precursore necessario
per la lavorazione dell’oppio, laddove gli intercetti di tale sostanza sono, al
contrario, rari. Sul versante del contrasto, i sequestri di oppiacei hanno
subito un incremento del 14%, raggiungendo le 142 tonnellate . Il 69% di queste
è stata
sequestrata in Asia Centrale, identificabile con l’Afghanistan e Paesi
limitrofi. Lo spostamento delle coltivazioni nelle province meridionali del
maggior Paese produttore, ha determinato una preferenza della rotta balcanica da
parte dei narcotrafficanti che raggiungono così, con minor rischio e dispendio
di mezzi, il mercato più vantaggioso, costituito dal Vecchio Continente. I
motivi di preoccupazione che tale incremento di produzione suscita, sono legati
al timore che il minor prezzo, determinato dall’eccesso di offerta, possa
contribuire ad un ampliamento del mercato. Al momento la temuta invasione non si
è verificata, lasciando presupporre strategie di marketing che, attraverso lo
stoccaggio di ingenti quantitativi, tendono a mantenere stabili le tariffe al
dettaglio. L’osservatorio europeo delle Droghe e delle Dipendenze segnala che
gli indicatori del consumo di oppiacei in Europa non sono più in diminuzione ma,
dal 2003, sono tornati, seppur lentamente, a crescere. Più complicato fornire un
quadro analitico completo e dettagliato per quanto riguarda la cannabis10 e
questo per una serie di ragioni, non ultima la diversa considerazione che, le
legislazioni nazionali, hanno nei riguardi di tale specifico stupefacente. In
primo luogo, si deve tener conto che, anche grazie ai nuovi sistemi di
coltivazione idroponica, la produzione, segnalata in 127 Paesi, è notevolmente
parcellizzata, non rendendo possibile la formulazione di stime attendibili.
Parlando di aree di produzione, va segnalato il notevole incremento delle
colture in Afghanistan dove, l’attenzione
concentrata sull’oppio, rischia di sottovalutare il pericolo costituito dalla
sempre maggiore conversione delle
piantagioni di oppio in quelle di cannabis, scelta dovuta al minor controllo
delle Autorità, ai minori costi e
soprattutto alla diminuzione del prezzo dell’oppio secco. Le ultime stime
valutano la produzione di cannabis in 41.000 tonnellate, in leggero decremento
rispetto agli ultimi anni, ma in crescita, se si prende in considerazione,
l’ultimo ventennio. Ben si comprende come tale sostanza domini il mercato delle
droghe per diffusione delle coltivazioni, volume di produzione e numero di
consumatori. Per questi ultimi è invece interessante notare come si assista,
recentemente, al calo della domanda di stupefacente soprattutto nei Paesi
occidentali. Ciò è dovuto all’incremento di THC ottenuto dai produttori nei
processi di coltivazione; questo ha allontanato l’assuntore abituale preoccupato
dalla maggior dannosità, facendolo optare per una produzione in proprio,
limitata al consumo personale. Concentrando l’attenzione sull’hashish, la cui
produzione mondiale è stimata in 6.000 tonnellate, si è assistito ad un calo
delle coltivazioni in Marocco, produttore principale storicamente riconosciuto,
cui ha fatto seguito una contrazione dei sequestri operati in Europa, principale
mercato di destinazione. Comparando i dati dei sequestri, delle principali
sostanze nei diversi gradi di purezza, emerge però che solo il 17% della
produzione viene intercettata, contro il 22% degli oppiacei ed il 42% della
cocaina, ulteriore testimonianza della diversa attenzione ed importanza che, i
singoli Stati, prestano a tale tipo di stupefacente. Con riferimento alle droghe
sintetiche, la generale stabilità del mercato registrata negli ultimi tempi può
essere ricondotta agli effetti che i programmi di controllo dei precursori
stanno iniziando ad avere. Riuscire a procurarsi le sostanze chimiche necessarie
alla produzione è molto più difficile oggi di quanto non lo fosse alla fine
degli anni ’90. Va inoltre dato merito anche alla maggiore informazione ed ai
programmi di prevenzione che in più parti, nel mondo, mettono
in guardia sull’estrema pericolosità delle sostanze stupefacenti sintetiche. La
produzione di metamfetamine continua ad essere concentrata in America
settentrionale, Stati Uniti e Messico e nel Sud-Est asiatico: Cina, Filippine e
Myanmar. L’Europa mantiene la sua leadership nella produzione di ecstasy,
localizzata tra Olanda e Belgio da un lato e Polonia e Paesi baltici dall’altro.
I consumatori di droghe sintetiche si stima siano circa 25 milioni, molti più di
quelli di cocaina (14 milioni) ed eroina (11 milioni). L’assenza di un
collegamento tra sostanze ed una determinata zona geografica, come invece accade
per
gli altri stupefacenti con le aree di coltivazione, rende difficile le stime
della produzione. Gli stessi sequestri non possono essere assunti ad indicatore
certo riferendosi indifferentemente al prodotto finito (pasticche), oppure a
quantitativi di precursori. Alcuni dati possono essere comunque sintomatici
della portata del fenomeno. Gli ultimi dati riportano il sequestro di 30
tonnellate di efedrina e 7 quintali di pseudoefedrina, sufficienti per Hashish |